Genere e povertà in Kenya.
Articolo uscito in francese nel n° 223 della Rivista, novembre 2012

Mis à jour le vendredi 5 octobre 2012.

Valentina Donzellini nasce il 4 luglio 1986. Nel 2011, presso l’Università degli Studi di Genova, svolge un tirocinio di ricerca in Geografia sociale inerente le politiche sociali e gli indicatori di genere nell’Africa sub-sahariana. I suoi interessi per l’Africa si fanno maggiormente concreti quando si reca in Kenya per un’ulteriore ricerca su campo. Nel marzo 2012 consegue la Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche discutendo una tesi dal titolo “La condizione della donna nell’Africa sub-sahariana. Un progetto su campo in Kenya”. È attualmente socia attiva di UN Women (Ente delle Nazioni Unite per l’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment Femminile) Italia.

Gran parte degli 1,5 miliardi di persone più povere del Pianeta sono donne e nel corso dell’ultimo decennio il divario tra le donne e gli uomini colpiti dall’indigenza ha continuato ad allargarsi tanto da descrivere il fenomeno come “femminilizzazione della miseria”. La disparità di genere rimane la più persistente, le donne vengono ancora marginalizzate nella vita culturale, economica, politica e sociale. Dal 1975, con la Conferenza di Città del Messico e il lancio del decennio delle Nazioni Unite per la donna, governi, società civile ed enti internazionali si sono impegnati per le donne del Nord e del Sud del Mondo ; ma il vero punto di svolta nel processo di tutela del genere femminile è rappresentato dall’approccio Gender and Development, messo a punto nel 1995 durante la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino. All’interno di tale approccio si profila un cambiamento decisivo nei contenuti e nelle pratiche della questione “donne” soprattutto in relazione al binomio sviluppo-sottosviluppo e dall’adozione di una prospettiva di genere in tutte le politiche e i programmi per l’eliminazione della povertà. La Piattaforma d’Azione adottata dalla Conferenza di Pechino, identificava l’eliminazione della povertà femminile come una delle 12 aree di intervento che richiedevano particolare attenzione. Da quell’anno, il concetto e il processo di empowerment of women diventa non solo un’espressione chiave per indicare la capacità e la possibilità di decidere delle donne ; ma la loro autodeterminazione diviene un bene in sé e, insieme, uno strumento per realizzare uno sviluppo più equo della società.

In Africa sub-sahariana, dove i diritti del genere femminile sono tutelati nella legislazione internazionale attraverso i documenti rilasciati dall’ONU e dalle ONG, troviamo la più alta prevalenza di fame nel mondo ; qui la povertà è stata aggravata dalla crisi alimentare che, dal 2008, ha colpito molti Paesi dell’area. Il rapporto della FAO, dell’International Fund for Agricultural Development e del World Food Programme del 2011, ha dichiarato che la volatilità dei prezzi degli alimenti e il loro rialzo ha un impatto devastante sui Paesi poveri, di piccole dimensioni e dipendenti dalle importazioni, soprattutto in Africa dove molti Stati stanno ancora facendo i conti con la crisi alimentare e quella economica globale che si sono abbattute nel biennio 2006-20081. In Africa sub-sahariana le persone denutrite sono il 27% della popolazione totale, lo Stato più colpito è l’Etiopia con 32,6 milioni di persone denutrite ; i Paesi africani dove la fame sta aumentando sono Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Comore e Costa d’Avorio. In particolare, dall’Indice Multidimensionale della Povertà, elaborato dall’United Nations Development Programme, emerge che in Kenya il 47,8% dell’intera popolazione versa in una generale condizione di miseria, la mancanza di cibo si somma al limitato accesso a impianti igienici adeguati e a fonti migliorate di acqua potabile. Nonostante sia il Paese meno colpito dalla siccità che ha investito il Corno d’Africa negli ultimi due anni, nelle regioni Nord-occidentali e Nord-orientali si registra un’elevata insicurezza alimentare. Le prime vittime della fame e della miseria sono le donne, che nei Paesi più poveri sono ancora oggi tenute in uno stato di ignoranza che preclude loro una piena coscienza dei propri diritti e della propria libertà. Per le donne la problematica della fame si delinea anzitutto come fenomeno di contagio madre-figlio, determinando quella che viene definita “ereditarietà della fame”, causa della denutrizione. Legate al regime patriarcale, in base al quale trovano la loro collocazione essenziale nella sfera domestica della riproduzione e della cura, le donne del Kenya (come di tutta l’Africa sub-sahariana) assumono presto il ruolo materno e domestico. La sua condizione di salute, quindi, è importante per il mantenimento di fondamentali equilibri familiari che influiscono in modo determinante sul ruolo di genere che a sua volta determina il modello comportamentale atteso dalla comunità stessa. Il ruolo della donna, strettamente legato all’ambito della procreazione, garantisce alle famiglie di conservare il proprio status sociale ; il ruolo riproduttivo è esaltato attraverso le pratiche tradizionali delle mutilazioni genitali femminili (MGF), che interessano tutti gli Stati della regione sub-sahariana.

Una delle principale cause dell’oppressione femminile in Kenya è la tradizionale divisione dei ruoli tra i due sessi, diffusa soprattutto nelle zone rurali dove le donne rappresentano la spina dorsale della società poiché svolgono tutto il lavoro domestico e la maggior parte del lavoro agricolo. L’isolamento dei compiti femminili all’ambito domestico è dovuto, anche, dall’impossibilità, da parte della donna, di accedere al diritto di proprietà, sia esso riferito ai campi, alla casa, al bestiame ; nonostante il reddito familiare sia largamente integrato dal lavoro femminile. Nel Paese, la donna rappresenta il 78% della forza lavoro agricolo, ma il valore economico del suo lavoro non viene riconosciuto poiché lavorare rappresenta la sua naturale condizione fin dalla nascita. La donna è dunque ostacolata nell’avanzamento della propria carriera lavorativa dal rapporto che la famiglia d’origine e la comunità instaurano con la tradizione, quella stessa tradizione che, seppur adattata ai nuovi contesti economici e sociali, erge a cardine dell’istituzione matrimoniale il prezzo della sposa. Tale pratica continua a essere rispettata e largamente diffusa, soprattutto nelle zone rurali del Paese, dove la donna affronta la gestione quotidiana della famiglia e della casa ; si occupa del cibo, della raccolta della legna da ardere, garantisce l’acqua a tutta la famiglia.

La lotta contro la fame e la povertà è legata anche a un efficace approvvigionamento di acqua, il compito è gravoso e incombe sulle donne che passano gran parte del tempo in cammino verso i pozzi per portare alla famiglia tra i quaranta e i sessanta litri di acqua al giorno. L’accesso alla risorsa idrica deve diventare un elemento chiave dello sviluppo rurale ; i progetti riguardanti le infrastrutture, basati essenzialmente sulle attività degli uomini, devono contare sulle conoscenze delle donne, che devono essere messe al corrente delle tecniche volte a economizzare e preservare le risorse idriche. La raccolta e il trasporto dell’acqua diventa un onere che toglie il tempo ad altre attività come ad esempio la scuola, dove le bambine sono discriminate rispetto ai bambini nell’accesso all’istruzione. A dispetto di quanto accade nell’intero continente africano, numerosi studi attestano i benefici della scolarizzazione femminile in rapporto all’alimentazione, alla sopravvivenza e alla riduzione della fecondità.

Per quanto concerne l’educazione, chiave dello sviluppo, in Kenya le disuguaglianze aumentano con il grado di istruzione ; se la parità di genere è alla soglia della realizzazione per le iscrizioni alla scuola primaria, per l’istruzione secondaria e l’iscrizione alle università esistono ancora notevoli disparità. Il limitato acceso all’educazione e alla formazione non permette alle donne di essere competitive nel mondo del lavoro, inoltre una maggiore istruzione comporterebbe un miglioramento delle condizioni di salute, nutrizione e istruzione della prole ; ovvero una maggiore produttività all’interno del nucleo familiare. Il lavoro femminile è strettamente connesso alla crescita economica. Secondo la Wemenomics, la prima teoria che lega le tematiche delle pari opportunità agli indicatori di crescita economici di un Paese, il lavoro delle donne è oggi il più importante motore dello sviluppo mondiale ; nei Paesi e nelle aziende in cui le opportunità vengono promosse, gli indicatori economici crescono proporzionalmente. L’economia femminile è anche spesso un’economia alternativa, attenta alla sostenibilità sociale e ambientale del Nord e del sud del Mondo ; come afferma Juan Somavia, Presidente dell’International Labour Organization, la disuguaglianza di genere non è solo cattiva politica, è anche cattiva economia.

Un esempio brillante di come le donne possano contribuire al cambiamento e allo sviluppo del Paese, è stato quello della keniota Wangari Maathai, fondatrice del movimento ambientalista Green Belt Movement. Maathai non si è battuta solo per l’ambiente, ma anche per i diritti delle donne nel suo Paese ; nel 2004 ottenne il Premio Nobel per la Pace per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace, diventando la prima donna africana insignita del Premio.

Nonostante si registri un miglioramento in tutto il Kenya, il divario di genere nella sfera sanitaria, caratterizzata dalla tendenza alla privatizzazione dei servizi assistenziali, è ancora ampio. Le dinamiche di genere nell’epidemia dell’HIV/AIDS vedono una maggiore vulnerabilità femminile al virus, che colpisce maggiormente le donne rispetto agli uomini per diversi fattori di origine culturale e sociale, come il minore accesso all’istruzione, all’impiego, al credito. Il rischio di ammalarsi nelle città è più alto rispetto alle zone rurali, ciò è determinato da molteplici fattori come la povertà, la malnutrizione e la mancata protezione dell’attività sessuale delle adolescenti costrette alla prostituzione ; a Nairobi il rischio di contrarre il virus è del 90%. Le conseguenze dell’impatto socio-economico dell’epidemia di HIV/AIDS sono gravissime, soprattutto per i piccoli contadini. Quando in una famiglia, il cui reddito dipende dal lavoro nei campi, si ammala la madre, che in genere provvede al cibo, diminuisce la capacità di sopravvivenza dell’intera famiglia. Proteggere le ragazze e le donne dall’HIV significa quindi proteggerle dalla violenza di genere e dalle discriminazioni e promuovere la loro indipendenza economica, spesso assicurata da uomini più anziani.

Una delle conseguenze più drammatiche della disuguaglianza economica, sociale, politica e culturale è la violenza perpetrata sulle donne. Episodi di violenza sessuale e altre forme di violenza di genere continuano a verificarsi in modo massiccio in tutto il Kenya ; i maltrattamenti all’interno del matrimonio sono i più diffusi, in particolare lo stupro coniugale, che non è considerato reato dalla legge keniana. Nelle grandi aree urbane del Paese, dove la maggior parte della popolazione vive negli insediamenti informali (slums), la condizione della donna peggiora rispetto a quella delle aree rurali. Le donne e le ragazze degli slums di Nairobi vivono nella costante minaccia di subire violenza e per questo rinunciano spesso a uscire dalle loro baracche, anche per usare i servizi igienici e i bagni pubblici, sono così costrette a ricorrere a “toilette volanti”, buste di plastica che vengono poi lanciate fuori per disfarsi del contenuto.

Le donne in Kenya necessitano anzitutto di tutela dei loro diritti, non solo diritti alla salute e alla vita riproduttiva, ma anche diritti politici ed economici ; affinché l’empowerment femminile divenga una realtà concreta.

Il 2011 ha regalato segni di speranza per le donne africane, il Premio Nobel per la Pace 2011 alle due donne liberiane e a una yemenita ne è la piena conferma, ma è solo l’inizio di un lungo cammino. Il lancio del Decennio della Donna Africana, svoltosi a Nairobi nell’ottobre 2010, è una spinta promotrice poiché porta l’attenzione sulle azioni della politica e della società civile rivolte alle donne di tutto il continente. Ponendo lo sguardo sul Kenya, il Governo ha dichiarato che l’impegno alla realizzazione della parità di genere e dell’empowerment delle donne sarà costante e determinante anche in vista degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. La ridistribuzione delle risorse tra i sessi, le nuove politiche di genere, i nuovi piani di sviluppo sono alcune delle proposte rivolte alle donne presenti nell’agenda politica del Paese. L’istituzione del Ministry of Gender, Children and Social Development è un’ulteriore iniziativa di avvio per il mainstreaming di genere e l’attuazione di accordi internazionali per la parità. La nuova Costituzione keniana prevede un incremento della presenza femminile nel settore pubblico che deve essere almeno del 30%, ma le politiche sociali in materia di parità necessitano anzitutto della volontà politica e del coinvolgimento degli uomini nella promozione dell’uguaglianza. Nonostante sia aumentato il numero delle donne nei processi decisionali, sono ancora molti gli sforzi da compiere per arrivare a risultati concreti e capillari, ciò è realizzabile solo attraverso lo sviluppo del potenziale di donne e ragazze attuabile attraverso l’accesso all’istruzione e alla formazione, così come al miglioramento dell’assistenza sanitaria. Mentre alcuni risultati sono stati ottenuti, esistono ancora numerose difficoltà per il raggiungimento dell’empowerment delle donne e per un loro reale processo di miglioramento e sviluppo all’interno del Paese.

Alcuni dati sul Kenya

Superficie 580.367 Kmq Popolazione 41.070.934 ab. Densità 70,8 ab/Kmq Crescita demografica annua 2,46% Indice di sviluppo umano (ISU) 0,509 Tasso di alfabetizzazione (adulti 15-49 anni) 87% Tasso di diffusione AIDS (adulti 15-49 anni) Maschi 5% Femmine 7,5% Tasso di denutrizione 33% Accesso all’acqua potabile 59% PIL pro capite 1,492 $ Popolazione sotto la linea nazionale di povertà 45,9%

Donne e salute Speranza di vita (in anni) 48 Tasso di fertilità (nascite per donna) 4.90 Cure prenatali, almeno una visita 92% Parti assistiti da personale sanitario qualificato 44% Tasso di mortalità materna (per 100.000 nati vivi) 530

Donne, lavoro, empowerment politico Donne nel lavoro non agricolo, pagato (% della forza lavoro totale) 32% Tasso di partecipazione alla forza lavoro 78% Giorni di maternità pagati dal governo 90 Congedo di maternità (% del salario pagato) 100% Donne in parlamento 10% Donne con posizioni ministeriali 15% Elaborazione su dati CIA, The World Factbook, 2011 ; UNDP, 2011 ; WEF, The Global Gender Gap Report, 2011.

Bibliografia

A. Primi, N. Varani, La condizione della donna in Africa sub-sahariana. Riflessioni geografiche, Libreriauniversitaria.it edizioni, Padova, 2011. Bär, Femmes, porteuses d’eau du monde, in Revue Sud, ottobre 2000. E. Donini, La critica dello sviluppo in una prospettiva di genere, in B. R. Gelli (a cura di) Voci di donne. Discorsi sul genere, P. Manni, Lecce, 2002. FAO, The State of Food Insecurity in the World, Food and Agricolture Organisation of the United Nations, Roma, 2011. NCAPD, State of Kenya Population. Kenya’s 41 Million People : Challenges and Possibilities, National Coordinating Agency for Population and Development, Nairobi, 2011. P. Benenson (a cura di), Insecurity and dignity. Women’s experiences in the slums of Nairobi, Kenya, Amnesty International Pubblications, 2010. UNDP, Africa Human Development Report 2012. Towards a Food Secure Future, UNDP Regional Bureau for Africa, New York, 2012.